Chi non vorrebbe togliersi di dosso la tristezza in un minuto?

Inutile negarlo: l’essere tristi fa parte della natura umana, per chiunque. In piccole dosi, ed alternato con altre emozioni umane è ciò che ci contraddistingue dagli altri esseri viventi.

Percepiamo la tristezza come negativa soltanto quando essa perdura nel tempo e diventa parte del nostro quotidiano. Si abbassa la dopamina e di conseguenza l’energia. Non siamo più in grado di affrontare la vita come un tempo. Tutto ci risulta spento e privo di significato. Facendoci crollare in un turbinio di emozioni negative. Situazione che dev’essere risolta il prima possibile. Ecco perchè sei qui. Perchè hai capito che è giunto il momento di far passare la tristezza e affrontare questo “loop” negativo.

Tristezza e depressione

Nascosta dietro l’angolo vi è la depressione. Di colpo è impossibile far passare la tristezza, perché ci si abitua velocemente a giornate apatiche in cui si dorme troppo, o troppo poco. Si sogna per ore ad occhi aperti, in modo iper-malinconico. Si mangia male. Continue ed eccessive crisi di pianto costellano la nostra quotidianità. Sprechiamo tempo di fronte alla tv o ai social. Ma, soprattutto, ci andiamo ad isolare da ciò che è la normale vita sociale, affettiva e sessuale.

La tristezza in sé è un’emozione lontana dall’essere patologia ma allo stesso molto vicina a diventarci. Soprattutto perchè si corre il rischio di sfociare in depressione. Ma è importantissimo capire che queste sono due situazioni differenti e distaccate, che non vanno assolutamente confuse.

È del tutto normale sentirsi malinconici per la fine della stagione estiva. Un altro conto è, invece, non accettare per mesi o anni qualsiasi perdita. Da qui, possiamo dunque asserire, che una prima differenza sostanziale tra tristezza e depressione sta proprio nella durata di questa situazione emotiva.

Altrettanto importante è capire che, spesso, tutte queste situazioni sono legate ad un blocco mentale che ci impedisce di reagire. Come quando la paura ci pietrifica, impedendoci di pensare ed agire in modo lucido. Se riusciamo a gestire tutte queste componenti, può diventare più facile comprenderle, accettarle ed affrontarle. Non è sicuramente facile. Ma può essere un’arma in più, nelle nostre mani, per far passare la tristezza.

Che cos’è la tristezza

Nello specifico, la tristezza è associata alla mancanza di sorriso. Una situazione malinconica che può essere legata ad un bisogno insoddisfatto. Queste emozioni possono scaturire, più o meno forti, nei confronti di un elemento esterno. Un qualcosa che consideravamo essenziale e che, nel tempo, si è andato a sfaldare. Problemi di salute, amore, soldi, sicurezza in sé stessi, motivazione, progetti personali o qualsiasi evento ritenuto “sfortunato” nel suo esito finale. Ci è letteralmente passata la voglia di sorridere. Come a dare per scontato che il nostro sorriso abbia pochi motivi per riaccendersi in quei campi.

In sostanza è come sentirsi impotenti e frustrati. Nel corso degli ultimi anni, inoltre, vi sono diversi gli studi che riportano il rischio di una “tristezza da virus”. Una patologia contraddistinta da una sensazione individuale di sconforto. Stato emotivo causato dalla percezione che la pandemia da covid-19 sarà ancora molto lunga. Si tratta di rilevazioni che sono state riconosciute soprattutto negli over 65 e, purtroppo, anche in alcune fasce di giovanissimi. Sono queste le fasce d’età più fragili. Soggetti che necessitano di un maggiore sostegno da parte di famiglia, amici, colleghi.

Tristezza e psicologia

Se andiamo ad analizzare quello che è l’apporto della psicologia in questa materia, possiamo trovare un termine specifico, ovvero: “ruminazione”. Classificata come “l’effetto della tristezza nel breve termine”. Questa porta l’individuo a farsi delle domande ripetitive su un argomento di cui viene visto solo il lato deludente. Il pericolo più grande che si nasconde dietro la tristezza è quando queste domande si protraggono troppo nel tempo. Finendo per farci auto-svalutare perché ci auto-accusiamo di aver affrontato male una situazione.

Com’è logico, più importanza emotiva si è data all’elemento esterno più sarà grande l’intensità della tristezza. Ciò spiegherebbe l’origine greca del termine, che riporta a due termini che, composti, si tradurrebbero letteralmente “dolore del ritorno”. In un certo senso si è addolorati del fatto che un qualcosa non è più dove l’avevamo lasciato, e dunque avremmo voglia di tornare indietro. Nel presente non si riesce a vedere alcuna possibilità di salvezza e di risposta alle domande nate nella “ruminazione”. Risulta dunque “impossibile” far passare la tristezza se analizzata nel presente.

Come far passare la tristezza efficacemente

Ovviamente, questa è una valenza del tutto negativa, ma è altrettanto facile ottenere un risultato opposto se, attraverso la compassione altrui, la tristezza ci può riportare a uno stato più neutrale durante l’interazione con l’esterno. In questo modo far passare la tristezza risulta più accessibile, perché abbiamo segnalato noi stessi agli altri dove vogliamo essere aiutati.

Allo stesso modo quando piangiamo per la fine di una relazione, implicitamente stiamo comunicando all’altro che stiamo provando del dolore, e ciò, nei limiti, è assolutamente normale. Inoltre, questo vuol dire anche che potenzialmente la tristezza possa anche aiutare, in un certo senso, a riflettere anche da soli su noi stessi.

Triste, quindi migliore?

Alcuni terapeuti sostengono , con una provocazione, che la tristezza possa perfino essere rilassante nella sua funzione di attenuare rabbia e paura. Gli psicologi la classificano non a caso tra le cosiddette “emozioni a valenza adattiva”. Poiché si attiva quando ci rapportiamo con un mondo esterno che non ci rassomiglia più. Si tratta dunque di un’emozione necessaria per interagire e sopravvivere rispetto a un cambiamento esterno attraverso la riflessione, la rielaborazione e le domande.

Piuttosto nota è la frase di Herman Hesse per cui “i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci”. La nostra mente è stata abituata da sempre ad aver paura della tristezza, ma questo non vuol dire che tale meccanismo non si possa ribaltare.

Un’espressione creativa è, perciò, il primissimo passo per cambiare rotta. Di fatto, anche con i Mandala impariamo a dare un nome più preciso alle cose. Essere malinconici o nostalgici per un breve periodo non corrisponde ad essere depressi. Impariamo a definire noi stessi attraverso quello che stiamo davvero provando. Passando per una sana accettazione di ciò che è umano. Imboccando un percorso che ci porterà a far passare la tristezza.

Conoscere il nostro lato oscuro: l’inizio di un percorso per far passare la tristezza

Non abbiamo alcun bisogno di antidepressivi al primo accenno di tristezza, bensì di imparare a conoscerci. Chiediamoci: “Quanto senso ha utilizzare il nostro tempo, per concentrarci su una mancanza?”.

Verifichiamo, soprattutto, cosa succede a spostare il focus su noi stessi anziché su una causa esterna considerata troppo grande e soffocante. Sentiamo la tristezza, cerchiamo di capire cosa ci sta segnalando. Quale nuovo significato sta facendo emergere rispetto a ciò che ci è successo. Tenendo sempre in considerazione che non c’è una sola risposta.

Possiamo scoprire, attraverso la colorazione di un Mandala, che la tristezza può essere un potentissimo mezzo che ci permette di fare delle scelte. Di prendere decisioni più consapevoli. Metaforicamente, quali colori usiamo per descrivere la nostra vita? Usiamo sempre gli stessi? Preferiamo colori caldi o ci concentriamo a riempire gli spazi bianchi con toni scuri?

Come i Mandala possono far passare la tristezza

Concentrarsi sulla ricostruzione, come abbiamo visto per l’interpretazione di altri Mandala, può essere un buon punto d’inizio. Mediante un Mandala è probabile che, alcuni giorni dopo la colorazione, ci venga voglia di ricostruire la nostra giornata. Inserendo nuove abitudini nel quotidiano. Sarà, dunque, più semplice introdurre azioni positive come:

  • Praticare la gratitudine
  • Dedicare con costanza pochi minuti al giorno alla meditazione e alla cura dell’aspetto fisico. Compreso l’uso differente della propria postura o del tono vocale, fare caso al respiro, ai movimenti degli occhi e a dove si sta dirigendo lo sguardo.
  • Tenere un diario delle proprie emozioni identificando quando si è tristi
  • Notare di più gli aspetti positivi in ogni situazione
  • Piangere in maniera liberatoria
  • Far scomparire le forme di auto-censura o difesa psicologica
  • Comunicare meglio agli altri ciò di cui si ha bisogno

Una volta cambiato il “loop” precedente, le nuove relazioni sociali verranno quasi da sole. Saremo perfino in grado di riconoscere la tristezza altrui e di “disinnescarla”. Essendo a quel punto capaci di provare compassione ed empatia e non solo di riceverne. Andando dunque a riempire le proprie giornate di nuovi stimoli.

Tutto questo può essere un vero toccasana nel percorso che ci porterà a far passare la tristezza.

L’importante è utilizzare il Mandala, e la sua interpretazione, come potente mezzo per imparare a non colpevolizzarsi. Facendo tesoro dell’esperienza. In quanto, come dice una famosa battuta del regista Jim Holliday: “la nostalgia è memoria dopo aver rimosso il dolore”.

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